Olbia- la guerra- le bombe, sessant’anni
dopo
14 maggio 1943 - 14 maggio 2003. Il 60° anniversario del
bombardamento su Olbia è stato commemorato oggi nel corso di
un convegno organizzato dall’amministrazione comunale presso il
Palazzo Expò. Alla presenza del Sottosegretario alla Difesa On.le
Salvatore Cicu, i lavori sono stati aperti dal Sindaco Settimo Nizzi
e dall’Assessore alla Cultura Paolo Calaresu. Le note dell’Inno
di Mameli e un minuto di silenzio, per ricordare le vittime di quel
tragico pomeriggio di sessant’anni fa, hanno preceduto la brillante
ed incisiva ricostruzione storica di Eugenia Tognotti che ha rievocato
i drammatici eventi bellici che colpirono diverse città dell’isola,
portando morte, distruzione e dolore: “Non è un caso che
il 1943 sia impresso nella memoria collettiva dei Sardi come l’anno
più terribile della guerra. Migliaia di persone sfollarono dalle
zone costiere verso l’entroterra. Olbia, fu la seconda città
dell'isola dopo Cagliari a subire gli effetti delle distruzioni provocate
dai bombardamenti angloamericani.
Il porto gallurese era il più importante dell'isola, punto cruciale
per i rifornimenti col continente. Venafiorita, poi, era il capolinea
del traffico aereo per la sua rotta più breve con la Penisola.
In quel giorno di lutto e di rovina gli apparecchi diretti verso Olbia
decollarono dalla base algerina di Berteaux poco dopo le 11,00. Si trattava
di 54 bimotori scortati da 87 caccia pesanti P38, undici dei quali armati
di bombe.L'allarme si fece sentire nell'intervallo del pranzo, alle
14, proprio mentre la prima squadra di bombardieri oscurava il limpido
cielo di maggio, dietro monte Figari. Immediatamente, dal campo di Venafiorita
si sollevarono gli intercettori italo tedeschi, e le inadeguate batterie
contraeree di Punta Ginepro, dell'Isola di Cocciani, di Punt'Istaula,
Sos Ladas, Su Tappaiu, Poltu Cuadu, Crabiles che cercarono invano di
contrastare l'offensiva.
Mentre il sinistro crepitio del combattimento aereo tra gli intercettori
e i caccia riempiva l'aria, la gente correva disperatamente alla ricerca
di un riparo sicuro, mentre sul porto vecchio, sul mare, sulla parte
occidentale del molo e sul Municipio si abbatteva una tempesta di bombe
che cadevano da 3.200 m. di altezza. E, intanto, alle 14,13, un'altra
gigantesca formazione di 36 bimotori sganciava il suo carico di morte
sull'idroscalo e sull'antico nucleo urbano fino alla stazione ferroviaria.
Nove caccia nel frattempo erano impegnati a lanciare i loro ordigni
sulle navi del porto affondandole: il piroscafo da carico Agata, quelli
da pesca S. Giorgio e S. Gilla, il motoveliero Maddalena e altri ancora.
L'incursione durò circa mezz'ora, trenta eterni minuti nei quali
piovvero sulla città 333 bombe da 500 libbre per l'agghiacciante
ammontare di 75 tonnellate di esplosivo. Quando i bombardieri si allontanarono
col loro carico di morte la città era avvolta in una sinistra,
fittissima coltre di fumo nero che proveniva dalle navi che bruciavano.
Non appena cominciò a diradarsi, la rovina apparve in tutta la
sua evidenza nella luce di quel pomeriggio di maggio. Fortunatamente,
l'attacco, di eccezionale violenza distruttiva, trovò la città
(che allora contava 12.000 abitanti) semideserta poiché buona
parte della popolazione era sfollata. Malgrado ciò si contarono
22 morti; questo è il dato ufficiale ma il numero delle vittime
quasi sicuramente è maggiore. I punti più colpiti furono
l'area portuale, il piazzale del Comune e il centro storico. Il bilancio
fu drammatico: nell'incursione aerea del 14 maggio e nelle successive
subirono danni il 60% delle case. Fuori uso gli ancoraggi e le attrezzature
del porto, distrutti gli impianti della mitilicoltura nel golfo interno.
Distrutto il mercato civico ubicato allora nell’attuale Piazza
Matteotti, gravemente lesionata la chiesa di San Paolo e alcuni edifici
di rappresentanza quali la Capitaneria e il palazzo del Comune, centrato
in pieno da una delle micidiali bombe da 500 libbre che uccise numerose
persone che vi si erano rifugiate. Per non parlare del materiale rotabile
distrutto, delle navi affondate, delle strade interrotte da voragini
e cumuli di macerie.” E’ seguita la proiezione di un documentario
con dodici interviste ad altrettanti testimoni di quei fatti, parenti
delle vittime o scampati alle bombe. Dai brevi ma toccanti ricordi di
queste persone è emerso un dolore ancora vivissimo, sono affiorate
storie umane di grande intensità ed alcune notizie di notevole
interesse, forse dimenticate, forse addirittura sconosciute a gran parte
della popolazione. Testimonianze particolarmente significative quelle
di Paolina Manueddu Degortes (22 anni all'epoca del bombardamento e
oggi ottantacinquenne) e Veneranda Pileri Azara (nel 1943 aveva 7 anni)
che persero rispettivamente marito e padre rimasti sepolti sotto le
macerie del comune per tre anni.
Nel suo intervento, il Sottosegretario Cicu ha tracciato
il percorso che ha portato dalla Guerra Fredda all’abbattimento
delle frontiere con i paesi dell’Est, e quindi della nascita e
dell’evoluzione dell’Alleanza Atlantica, il cui significato
è “coesione tra i popoli i cui obiettivi sono la sicurezza
globale, la libertà e la pace”. La relazione finale, incentrata
proprio sul valore della pace, è stata illustrata da Don Gianfranco
Saba dell’Istituto di Scienze Religiose, la cui apertura è
prevista anche ad Olbia. Grande successo ha riscosso la manifestazione
commemorativa collaterale; per tutto il giorno, infatti, ha funzionato
a pieno ritmo, presso il piano terra del Palazzo Expò, l’ufficio
di Poste Italiane attivato in occasione dello annullo filatelico commemorativo
del 60° anniversario del bombardamento su Olbia.