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Mediterranea, millenaria e multietnica: Olbia raccontata dagli archeologi.

Dalla vela quadra alla vela latina: tremila anni di navigazione ad Olbia, città mediterranea e crocevia di culture, sono stati oggetto di due mostre, una regata ed un convegno che ha fornito interessanti spunti di discussione ed approfondimento. Nella sala dell’Olbia Expò i lavori sono stati aperti dall’Assessore alla Cultura Paolo Calaresu. Dopo le relazioni di Gabriella Mondardini Morelli (La cultura del mare in Sardegna) e di Stefano Medas (Lo sviluppo della vela latina nel Mediterraneo antico) c’e’ stato l’atteso intervento dell’archeologo Agostino Amucano, intitolato “Vele turche all’orizzonte: il “ground zero” di Olbia”.

Nel 450° anniversario del terribile attacco inferto alla città dal pirata Dragut, con l’ausilio di numerose diapositive, raffiguranti stampe del ‘500, ‘600 e ‘700, è stato finalmente ricostruito un avvenimento storico che ha condizionato pesantemente lo sviluppo dell’intera comunità. Così l’archeologo Amucano ha descritto quell’avvenimento attestato da molte fonti storiche, eppure quasi rimosso dalla memoria collettiva più propensa a considerarlo un racconto leggendario, forse per un inconscio meccanismo di paura retroattiva: “ Il 29 luglio 1553 avvenne il temuto sbarco della flotta del corsaro turco Dragut, forse a Murta Maria o all’attuale spiaggia delle Saline; le imbarcazioni tra galere e navi da carico erano 112.

In quella notte di luna piena, senza incontrare resistenza alcuna, i turchi passano il fiume Padrongianos e, nel giro di nemmeno due ore, arrivano a Terranova, già spopolata poiché le poche centinaia di anime che vi abitavano, preavvisate per tempo, erano sfollate nell'entroterra collinoso, non certo incoraggiate dal cattivo esempio del podestà Pinna, che fu il primo a fuggire. I turchi, con calcolata azione di terrorismo bellico, saccheggiano ed incendiano sistematicamente le case; forse la stessa chiesa di San Paolo subì tale sorte. Fu un evento apocalittico. Non si trattò di un episodico sbarco corsaro ma di una deliberata azione di guerra da parte dell'alleato franco- turco che mirava a colpire duramente il cattolicissimo Re di Spagna nei suoi possedimenti, e particolarmente nel suo baluardo della cristianità in mezzo al Mediterraneo.

E, non a caso, fu scelta la parte più spopolata e meno difesa dell'Isola.” La situazione che si presenta a Don Salvatore Aymerich, amministratore del feudo dei Massa Carroz, sei mesi dopo l’attacco e il sacco di Terranova da parte di Dragut, era veramente drammatica. Gli abitanti, quantificati in circa 400, abbandonata la città incendiata e distrutta, si erano rifugiati nel sicuro entroterra gallurese. Gli sfollati lanciarono un disperato appello allo stesso Don Aymerich per alleviare “le tante necessità che in questa povera terra vostra, più che in ogni altra, fanno soffrire in modo indicibile la popolazione... Il pensiero dei Turchi è meno opprimente della fame”. A Dragut , definito dagli storici “il corsaro che agiva come un terrorista al soldo della flotta ufficiale del grande impero ottomano”, Agostino Amucano ha riservato la parte centrale del suo sintetico ma incisivo viaggio attraverso i 2.500 anni di storia di Olbia, città da sempre multietnica, costellata da felici e gloriose parentesi, determinate dalla sua fortunata posizione geografica, dal suo mare e dalle caratteristiche del suo Golfo.

Nella sessione pomeridiana del convegno si sono tenute le relazioni di cinque archeologi. Si è cominciato con quella di Rubens d’Oriano, incentrata sulle straordinarie scoperte effettuate nel corso degli scavi per la realizzazione del tunnel. Qui sono stati rinvenuti 24 relitti di navi romane e medievali più un’enorme quantità di reperti che ha consentito agli archeologi di ricostruire la vita del porto antico, la sua topografia dalla nascita della città fino al 1700 e l’intera attività commerciale di Olbia punica, romana e medievale. Non sono mancate eccezionali scoperte anche nel campo dell’architettura navale quali il ritrovamento di due alberi, tre aste da timone e l'individuazione di un cantiere con strumenti e gru. Sul maxi-schermo dell’Expò sono state proiettate le immagini del “tesoro” riportato alla luce ad Olbia: oltre agli relitti delle antiche navi affondate dai Vandali, sono emerse dal fango centinaia di lucerne, monete, anfore per liquidi pregiati, coppe decorate, bruciaprofumi, ceramiche e tanti altri oggetti di notevole pregio e raffinata fattura. Al piano terra dell’Expò è stata anche allestita una mostra fotografica con una breve descrizione del materiale archeologico e dei singoli relitti delle imbarcazioni romane e medievali. Anche la relazione di Edoardo Riccardi è servita a ricostruire la storia degli antichi legni e le relative tecniche di costruzione.

Giuseppe Pisanu ha sollevato il sipario sullo sviluppo del commercio punico ad Olbia, fondata dai Cartaginesi intorno al 350 a.C, “città bellissima, pianificata secondo i più avanzati criteri urbanistici dell’epoca”. Anche in questo caso, gli oggetti rinvenuti nei vari quartieri cittadini, nel corso di numerosi scavi archeologici, hanno raccontato gli “scenari” di vita quotidiana in età punica. Notevole il numero di anfore da trasporto ancora sigillate; all’interno i contenuti più svariati: vino, olio, grano, salse, pesci, ossa di animali e frutta secca. Molto interessante anche la relazione di Antonio Sanciu sui rapporti con l’Oriente in età imperiale. Grazie anche all’influenza esercitata su Nerone da Atte, schiava liberata di origine asiatica, molto amata dall’Imperatore e vissuta ad Olbia per diversi anni, vi era in città una rilevante presenza di personaggi provenienti dall’Asia Minore, molto attivi nell’allacciare relazioni commerciali. La stessa Atte aveva impiantato ad Olbia un’officina per la produzione di mattoni che venivano esportati anche in altri centri della Sardegna. Una recentissima scoperta rivela anche un aspetto sino ad oggi inedito dei traffici con l’Oriente e, in particolare con la Siria.

Dal sottosuolo del centro di Olbia è emersa un’autentica rarità (si hanno notizie di due soli altri esemplari al mondo, uno esposto al British Museum e il secondo al Louvre): una statuetta di terracotta utilizzata come contenitore di liquidi (askòs) raffigurante due ragazze sedute sul dorso di un dromedario. Una suona il doppio flauto e l’altra i cembali; sono due ambubaiae, le musicanti-prostitute siriache presenti in altissimo numero nell’antica Roma e, con tutta probabilità, arrivate anche ad Olbia duemila anni fa, per esercitare quello che, non a caso, viene definito il mestiere più antico del mondo. La conclusione del Convegno è stata affidata a Giovanna Pietra che ha parlato delle “Importazioni nordafricane dal Porto di Olbia”. Dall’Africa vengono importate derrate alimentari, conserve di pesce e ceramiche fini da mensa, a partire dal II sec.d.Cristo fino al VI sec. A seconda delle epoche cambiano i motivi ornamentali; si passa dai decori floreali o geometrici ai simboli della cristianità ma è interessante notare che, malgrado le incursioni vandaliche, non si interrompe l’attività del porto di Olbia.