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Il massacro delle foibe commemorato ad Olbia

Affollata e solenne, toccante nelle parole e nelle immagini, la manifestazione promossa dall’assessorato alla Cultura e organizzata dall’insegnante Maria Grazia De Filippi. Nella sala conferenze dell’Expò si è tenuto un incontro, il cui titolo “Foibe, martiri da ricordare” presuppone già una conoscenza dei fatti. Ma, nel sentire i commenti durante la proiezione del video che documenta la terribile mattanza nelle voragini carsiche, si è capito quanto fitto sia il buio che ancora avvolge le foibe. Il perché lo ha chiarito uno dei relatori, il presidente dell’associazione nazionale Dalmata, Guido Cace: “Fino al 1994 non si sono potute fare delle ricerche; questo tema era circondato da un alone di mistero, nonostante sia stato un vero e proprio massacro. I libri di testo non danno spazio a questa materia. Ma la nostra ricerca, condotta sotto il patrocinio della Presidenza della Repubblica, ha portato alla luce particolari che erano stati volutamente secretati”.

Il termine foibe (fosse rocciose a forma di imbuto rovesciato create dall’erosione di corsi d’acqua) è diventato tristemente noto per il crudele uso che ne fece l’esercito slavo nazional-comunista del maresciallo Tito. Tra il 1943 e il 1945, furono massacrati migliaia di italiani (fascisti, cittadini comuni, partigiani “bianchi”, anticomunisti sloveni e croati) ritenuti di ostacolo alle strategie di Tito che stava mettendo in atto il suo tentativo di annessione alla Iugoslavia delle terre italiane di Istria e Dalmazia. Le foibe sono solo una parte di quella oscura, complessa ed intricata vicenda che vide applicate insieme la pulizia etnica , la vendetta politica e la reazione ai crimini dei fascisti e dei nazisti in terra slava. E, per sessant’anni, è stata “infoibata” anche questa tragica pagina di storia , la cui “lettura” oggi dovrebbe essere totalmente libera da pregiudizi e strumentalizzazioni politiche. Solo così può essere veramente capita e diventare una memoria condivisa. Molte delle vittime venivano fucilate sull’orlo delle fosse che potevano raggiungere i 200 metri di profondità; alcuni prigionieri vi venivano gettati ancora vivi legati ad altri morti.

Amleto Ballarini, presidente della società Studi Storici Fiumani ha dichiarato che “in quegli anni gli infoibati sono stati più di 10mila ma questo numero potrebbe essere ancora maggiore perché è possibile che molte fosse, con il loro tragico contenuto, non siano state ancora scoperte”. Rivelati anche i particolari più atroci: uomini e donne , in gruppi, erano prima incatenati ai polsi e legati con del filo spinato; dopo venivano portati sull’orlo della foiba e fucilati. I più fortunati morivano sul colpo, gli altri rimanevano agonizzanti nell’oscurità della voragine; altri ancora, prima di fare il lungo salto, subivano sevizie, violenze e torture. Guido Cace ha poi ricordato “il crimine doppio, perché al martirio delle foibe si deve aggiungere il dramma degli esuli italiani. Dalla Dalmazia se ne sono andati in 350mila e la Sardegna, a Fertilia, ne ha ospitati molti.” Nelle foibe del Carso trovarono una morte atroce anche 145 sardi, gran parte dei quali erano militari della Guardia di finanza, della Marina e dell’Esercito. C’erano diversi ferrovieri, guardie penitenziarie, qualche insegnante e molti minatori del Sulcis, trasferiti nel 1943 nel bacino carbonifero dell’Arsa, situato nell’Istria centro-orientale. Qui, dopo l’armistizio e nei mesi seguenti la fine della guerra, decine di minatori vennero prelevati e gettati nelle cavità carsiche. In Sardegna non tornarono più.

A lungo furono considerati misteriosamente scomparsi. Nell’anagrafe comunale figurano le dichiarazioni di morte presunta, registrate molti anni dopo e, solo recentemente, i familiari delle vittime hanno scoperto la terribile verità. Tra i sardi uccisi nelle foibe c’era anche l’ufficiale olbiese Ennio Roich, morto all’età di 46 anni. A lui è stata dedicata una piazza, all’incrocio tra via Pisa e via Torino, nel cuore della città “per non dimenticare”. Alla commovente cerimonia, hanno partecipato i parenti del capitano Roich, le autorità civili e religiose, i rappresentanti delle forze dell’ordine, del volontariato e moltissimi cittadini.