Presentato all'Expò il nuovo libro di Bachisio Bandinu
“ La Maschera La Donna Lo specchio” è il titolo del nuovo libro di Bachisio Bandinu, presentato all'Expò. Un folto pubblico ha seguito gli interventi di Eugenia Tognotti e di Placido Cherchi che hanno efficacemente rappresentato l'intrigante percorso seguito da Bandinu nel suo saggio. E' un'opera sicuramente complessa ma preziosa per capire modi di essere, mentalità e costumi profondamente radicati nella cultura sarda. Il capitolo più interessante del libro, edito da Spirali, riguarda la Donna in una civiltà come quella sarda, dove maschile e femminile sono due mondi completamente diversi. Per Eugenia Tognotti “…in Sardegna non esiste l'armonia dei due sessi” e Bachisio Bandinu spiega le motivazioni che portano l'uomo sardo a considerare la donna in un certo modo. Lo fa partendo sempre dalla maschera; questa “ non si addice alla donna che non può essere mamuthone, boe, thurpu. È esclusa dal rito. La donna è già animale - dio: est capra. È maschera per se stessa, senza vestizione, senza rito.
Il suo corpo è ciclico, un perenne moto di marea… Il corpo della donna è animal : è materia vivente che produce materia vivente, crea e conforma altri corpi. Apertura, dilatazione, espulsione. Come contrappunto: chiusura, continenza, segreto. Questa natura della donna è ad un tempo cultura della donna. Una lettura etnologica e psicanalitica della cultura sarda pone per l'uomo un problema fondamentale: come fare i conti col corpo della donna…Ma il controllo del corpo della donna, per sua propria natura, non dà garanzie: occorre delimitare lo spazio di azione e il tempo di esperienza. Per porre fine all'erranza e all'inquietudine bisogna attribuire alla donna pasu e locu , sosta e dimora. Così la donna viene collocata dentro i cerchi concentrici della domo - familia - comunitate. La legge impone una circoscrizione comune: la morale è circolare. Il cerchio è una figura reclusiva che permette il controllo dello spazio comunitario. Spazio da interiorizzare. Non si tratta solo di stabilire una dimora alla donna ma fare di lei stessa la dimora dove l'uomo possa riposare senza timore di invasioni e di interferenze.
Ancor più importante della definizione spaziale è il governare la dimensione temporale della donna. Si tratta di annullare il tempo labirintico dell'erranza e dare senso al tempo circolare femminile. La comunità si regge su due pilastri : regolare la violenza maschile, controllare la sessualità femminile secondo un codice morale regolato dal matrimonio. Non si può costituire società con la donna selvaggia. Un detto sardo conferma “senza donna non c'è comunità”: è fondamentale renderla domestica. Dunque domare la donna costituisce le fondamenta della costruzione sociale. Domare vuol dire dare una identità sociale alla donna, più profondamente vuol dire annullare la diversità della donna, che non deve avere una identità personale. Il fallo è simbolico, l'utero è misterioso. Perciò la donna non può fondare la legge, vi si deve sottomettere… La paura di fondo è che la donna detenga un potere originario, mai formulato in nessuna legge simbolica maschile. In questa prospettiva la donna non è funzionale né al marito, né al figlio, né al padre. È quel mistero che ritorna come fantasma per porsi al di là della soggettività dell'uomo, dell'etica, e dell'ordinamento giuridico e sociale. Il timore perturbante è che ci sia una modalità di essere indipendente dal modo di essere maschile, e che questa differenza non possa essere amministrabile. Bisogna che la dimensione erotica sia dentro l'etica, il diritto e l'estetica, altrimenti è pervertitrice dell'ordine sociale.L'uomo pensa la donna nell'ambivalenza della sublimazione e dell'abbrutimento, dell'esaltazione e dell'obbrobio. La fata e la strega…”