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Personale di Fausto Olmelli all'Expò

 

Inaugurata nei giorni scorsi, con grande successo, la personale del pittore Fausto Olmelli allestita nella sala Expò. Diplomato all'Accademia di Belle Arti di Roma in scultura figurativa, ha collaborato, nel 1992, con Mario Schifano al progetto di una scultura per le Colombiadi e ha partecipato a varie collettive con i suoi dipinti. Dal 1994 al 2002 ha seguito un percorso alternativo impegnandosi in laboratori di arteterapia. La solida preparazione culturale e artistica di Fausto Olmelli si unisce ad una ricerca interiore che privilegia un linguaggio figurativo moderno, originale e colto. Hanno scritto di lui critici autorevoli (Paolo Balmas e Linda De Santis) e recensioni sulle sue opere sono state pubblicate su Repubblica e sul Corriere della Sera. Il docente di discipline plastiche Carlo Coppelli focalizza la sua attenzione sugli elementi ricorrenti nei quadri dell'artista romano, quindi, sulla “presenza di sagome (di bimbi, di animali, di alberi, di costruzioni);

la suddivisione prevalentemente geometrica degli spazi; la colorazione pressoché priva di chiaroscuro; l'atmosfera onirica della scena, nella quale ogni "personaggio" entra in relazione con il resto circostante ma attraverso un'immagine mnemonica e non suggerita da un'azione. Per avvicinarsi, entrare e dialogare con la pittura di Fausto Olmelli occorre modificare il consueto punto di vista del visitatore di mostre, il quale normalmente parte da un dato empirico dell'insieme (mi piace, non mi piace ... ) per poi arrivare a una più accurata osservazione del dettaglio. In definitiva occorre fare una vera e propria azione di svelamento, ovvero togliere anziché aggiungere, ripulire il nostro falso bisogno di ornamentale, di decorato, di camuffamento, spogliarci delle nostre aspettative di effetti speciali ma pure di tutti quei modelli, rimandi e citazioni ricercate di cui è sovraccarico il nostro bagaglio culturale. Lo sforzo effettuato dal pittore è quello d'interrogarsi sulle proprie origini, sulla propria "matrice" umana, sulle proprie insicurezze, paure, emozioni, in altri termini, sulle proprie ombre. Come in un sogno il corpo è prigioniero della propria materialità, ogni via di fuga è preclusa.

Ogni sagoma è vista di profilo, le prospettive appena accennate. Il sedimento del colore, dato strato su strato, sembra scrutare con sottili sonde, verità imperscrutabili. La tela diventa una carta geografica di un mondo prevalentemente inesplorato ed enigmatico (da qui i profili egizi) certamente allusivo dell'interiorità e poco illusorio, percettivamente precario. La stessa linea d'orizzonte altro non è che una suddivisione orizzontale dello spazio.Non ci è possibile l'identificazione con il dipinto attraverso lo sguardo diretto di un volto che ci osserva e allora siamo costretti ad una scelta impegnativa, quella di rifiutare il dialogo, diventando noi stessi sagome, o trasformarci in cercatori d'oro, in archeologi, e provare a trovare strato su strato un po' di noi.”