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Bassorilievo presente nella facciata della chiesa di S.Simplicio

Epoca Medievale

Pochi anni prima del crollo dell’Impero Romano d’Occidente nel 476, la Sardegna era caduta in mano ai Vandali. Quando finalmente fu riconquistata dalle armate di Giustiniano nel 534, l’Isola entrò nell’orbita di Bisanzio, e vi rimase ufficialmente per oltre quattro secoli.

Un’eccezionale  testimonianza visibile di quel periodo oscuro, Olbia (che all’epoca è ricordata col nome di Phausiana) la porta nel castello di Sa Paulazza, l’esempio di castrum quadrilatero meglio conservato in tutta la Sardegna. Del resto non si sa nemmeno con certezza dove fosse ubicata la suddetta Phausiana bizantina, sede vescovile citata più volte nelle lettere del papa S. Gregorio Magno.

Alcuni studiosi ipotizzano infatti uno spostamento della popolazione a pochi chilometri dall’entroterra, mancando nondimeno ancora prove certe al riguardo. Sicuramente la città, già angustiata da grave crisi economica nella tarda antichità, doveva essersi ridotta quasi ai minimi termini, considerati anche i pericoli che le incursioni ed i tentativi di conquista della Sardegna da parte degli Arabi costituirono dal settimo secolo fino al Mille circa.

Dei quattro regni giudicali nei quali troviamo divisa l’Isola, al termine della sua lenta e poco chiara fuoriuscita dall’amministrazione dell’Impero di Bisanzio, il Giudicato di Gallura era il più piccolo ed il più povero, ed Olbia, col nuovo nome di Civita, ne costituì capoluogo mantenendone sempre la sede vescovile.

Alle prime battute dell’XI secolo il piccolo capoluogo mostra i primi segni tangibili di una ripresa delle attività portuali e della vita civile e religiosa, attestata dal completamento della chiesa romanico-pisana  di S. Simplicio, avvenuta non oltre il 1115, ma i cui lavori vennero intrapresi già negli ultimi decenni del secolo precedente. In questo periodo tuttavia, il piccolo regno gallurese subiva progressivamente ed inesorabilmente l’influenza del potente Comune di Pisa, il quale dapprima ne limitò la sovranità, finché nel 1296, alla morte del giudice Nino Visconti (il “giudice Nin gentil” ricordato da Dante nella Divina Commedia), ne subì la confisca e la definitiva incorporazione fra i possessi del Comune di Pisa.

Vennero allora potenziate le infrastrutture amministrative, portuali e difensive, dotando la città e l’agro di fortificazioni come il castello di Pedres e la torre detta “de S’Istrana”, mentre il centro abitato venne racchiuso entro un quadrato di mura corrispondente grosso modo all’attuale centro storico, un’area di circa due ettari. Queste trasformazioni nel loro insieme furono quasi certamente all’origine dell’ulteriore mutamento del nome della città “pisana” in Terranova, attestato nel Trecento.

La Sardegna era tuttavia entrata nelle mire dei Catalano-Aragonesi, che nel 1323 sbarcarono nell’Isola per intraprenderne una conquista lunga e difficile, destinata a divenire definitiva nel Quattrocento. Terranova comunque fu una delle prime città a passare in mani iberiche, infeudata dai sovrani catalani come una qualsiasi villa.

Per la città portuale comincerà un declino economico che interesserà tutta la Sardegna, e tra le principali cause vi fu quella legata alla perdita di prestigio sotto il profilo istituzionale, ridotta come fu la villa ed il territorio circostante dalla dignità di Comune ad un semplice feudo di privati cittadini. M.A.A.

Castello di Sa Paulazza: torre sud est
Castel Pedreso: edificio con volte a crociera e cisterna
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