...Questi amava ricevere amici
ed ospiti anche dal Nord Italia, come i Conti Martini e Rossi che arrivavano a Terranova per battute di caccia a pernici, lepri e mufloni.
Negli Anni Venti, un imprenditore di Taranto, Saverio De Michele, introdusse in città la mitilicoltura, impiantando vivai di cozze e creando una florida economia per i terranovesi molti dei quali, prima dipendenti, si misero poi in proprio. Saverio De Michele, che già operava a Taranto, scelse Terranova per la posizione riparata del suo golfo; con lui arrivarono i generi Domenico De Michele ed Angelo Tancredi.
Successivamente la Ditta comprese altri soci, sempre provenienti da Taranto e, tra questi, Vincenzo Mignogna. Tutta la colonia tarantina prese dimora in un palazzo in Piazza Crispi, conosciuto come il Palazzo dei Tarantini. L'impatto con la realtà terranovese fu positivo dall'inizio e gli imprenditori pugliesi si ambientarono bene nel tessuto socio-economico della città. Allora, i vivai occupavano lo specchio d'acqua dal Porto Vecchio fino alle Saline; la semenza dei mitili veniva importata da Taranto e da La Spezia, mentre le corde e i pali per i vivai da Torre del Greco con i bastimenti dell'Armatore Achille Onorato. A quei tempi i mitili non erano molto conosciuti in Sardegna, il mercato principale era Napoli.
In quegli anni la città arrivava ai Cancelli di San Simplicio e a Porto Romano e, lungo Via Regina Elena, fino alla Croce. Esisteva, allora, l'elegante Caffè Pasticceria Mureddu nella piazzetta al l'inizio di Via Giacomo Pala. Nella vasta sala del Caffè, durante il Carnevale, si tenevano balli, si organizzavano banchetti e si giocava al biliardo. Nel vicino cortile di "Mussulai", abbreviazione storpiata nell'immigrato in Francia Monsieur Lai, funzionava in estate un cinema all'aperto dove si esibivano anche cantanti, funamboli ed illusionisti. Un altro cinema all'aperto, in quegli anni, era situato in Viale delle Terme, nella discesa che porta oggi alla Scuola Media "Ettore Pais".
In Corso Umberto c'era la rivendita di Tabacchi N. 1 di Rasenti, che comprendeva anche mescita di vino e ristorante. Oggi è ancora lì, solo come Tabaccheria.
Negli Anni Venti gli uomini si riunivano in Piazza o nei "zilleri" dove, oltre a bere vino, si giocava a carte e si facevano spuntini a base di polpi, cannolicchi, granchi bolliti (ganzu cottu) e bocconi. Ci si riuniva anche nelle vigne e negli orti per spuntini. Il Corso era acciottolato e con le rotaie, la Piazza era in terra battuta, circolavano moltissimi carri a buoi e l’immondizia veniva ritirata da carri trainati da cavalli. Il passaggio di grandi mandrie di bovini che attraversavano il Corso dirette all'imbarco sulle navi era segnalato dal banditore Zi' Antoni Lana. Era lui che, con la sua tromba, prima a piedi e, negli anni seguenti, in bicicletta, sollecitava i passanti a scansarsi. Fino al 1925 l'imbarco del bestiame avveniva dove poi sorse l’idroscalo; esisteva allora un pontile di legno alla cui testata ormeggiavano il piroscafo "Torero" ed altri destinati a questo traffico che rappresentava un'importante risorsa dell'economia sarda. Nel viaggio le mandrie erano accompagnate da custodi specializzati chiamati boari e dai proprietari. Fino ad allora, eccettuate le famiglie terranovesi proprietarie di terre, che davano a mezzadria o a pascolo e che quindi vivevano di rendita, la popolazione locale era composta per lo più da massai, carrolanti, pescatori; c'era poco lavoro anche per gli scalpellini, i muratori e per gli artigiani. Era segno di rispetto rivolgersi a persone di ceto più elevato con l'appellativo di "Babbaj" e "Mammaj".
Tra le famiglie originarie di Terranova ricordiamo i Bardanzellu, grandi proprietari terrieri nell’agro, possedevano intere vie del centro; tra le altre, la palazzina di Via Olbia n°5, restaurata con gusto ha conservato l’atmosfera di quel tempo. Giovanni Maria Bardanzellu, figlio del ricco Pasquale, in quegli anni viveva delle rendite delle sue terre, possedeva bestiame e cavalli, anche da corsa. Produceva vino e vendeva sale; era generosissimo e ai matrimoni regalava appezzamenti di terra e case; ai battesimi, un vitello o un fucile se era un maschio; aveva più di cento figliocci. Il giorno dei Morti, nella sua tenuta a Marana, venivano uccise le bestie per i poveri e dava in elemosina pane e carne. Era anche un appassionato cacciatore.
Anche la famiglia Putzu, originaria di Terranova, possedeva moltissime terre e capi di bestiame. I vecchi Olbiesi ricordano ancora Babbaj Franziscu e il matrimonio di una sua parente, celebrato secondo le antiche usanze. A quei tempi, moltissimi terranovesi, avendo gli stessi cognomi, si conoscevano con i loro soprannomi "istivinzu" e, per distinguersi, avevano questi nomignoli tramandati da padre in figlio. Ancora oggi , ad Olbia, non si è persa questa tradizione e noi ne ricordiamo alcuni: Boccia, Babbaj, Trobea, Cabanna, Cannone, Corigheddu, Nerone, Pazzolu, Saccheddu, Mezzalira.
Si organizzavano feste campestri, la più importante delle quali, per i ceti agro-pastorali, era quella di San Isidoro, patrono dei massai. Si festeggiava a settembre e alla processione sfilavano carri parati a festa, tirati da buoi infiorati ed infiocchettati. Con spuntini all'aperto si festeggiavano anche, nelle omonime località, Cabu Abbas, lo Spirito Santo, San Vittore, Santa Mariedda e Santa Lucia. Il Lunedì di Pasqua i carrolanti andavano a Cabu Abbas, a Porto San Paolo si organizzavano grigliate di pesci e di agnelli; molti andavano coi carri, vere e proprie carovane tipo Far West, a Sa Marinedda dove le donne, regolarmente vestite, s'immergevano per il primo, bagno.
Il 15 Maggio, mesu maiu, era la grande festa in onore di San Simplicio. La processione attraversava la città pavesata ed infiorata. Il patio partiva da Via Vittorio Veneto fino ai Cancelli, si teneva la regata dei chiattini al Porto Vecchio, suonava la banda ed i fuochi d'artificio illuminavano la notte. Alla festa di San Giovanni, il 24 Giugno, arrivavano tutti i campagnoli perché in Piazza Regina Margherita si teneva la Fiera della cera e del miele e portavano anche lana e formaggio spiattato a forma di uccellini. Dopo la processione, la notte, si accendevano i fuochi che, saltati per tre volte, stabilivano il legame di "compariu". La festa durava tre giorni, con canti sardi, corse di sacchi, l'albero della cuccagna al Porto e le corse dei cavalli al Fausto Noce.
Un terranovese molto benvoluto era il Sig. Andrea Pintus, nato nel 1885, proprietario terriero e commerciante, aveva il deposito, del grano dove ora è la Tirrenia.
Abitava nel palazzo in Corso Umberto 78, costruito per lui dal geometra Baravelli. Nel 1925 aveva bonificato 600 ettari che possedeva a Venafiorita, aveva anche 18 ettari di orto per la cui irrigazione, nel 1927, terminò una diga con un invaso di 400.000 metri cubi d'acqua, l'unica di un privato, esistente allora in tutta la Sardegna. Per questa opera spese un milione di lire e impiantò un uliveto di 7.000 piante. Il Sig. Andrea passava gran parte della sua giornata a curare le sue terre.
Negli Anni Venti il mercato coperto si trovava nell'attuale Piazza Matteotti e negli scantinati si tenevano al fresco le carni e le derrate. All'angolo tra la Piazza e Via Acquedotto c'era la cantina dei Forteleoni dove si vendeva vino di proprietà che veniva da Luras. Recentemente è stata ristrutturata nel rispetto delle caratteristiche originali ed ospita una trattoria.
Al posto dell'attuale Mercato Civico, c'era il lavatoio. Le donne vi andavano a prendere l'acqua con le brocche. Altre fontanelle erano in Via Sassari ed ai Cancelli di San Simplicio.
La Chiesa di San Simplicio, splendido esempio di architettura romanico-pisana, risalente alla fine del secolo undicesimo, fino ai primi decenni del Novecento era una Chiesa suburbana. Considerato il perimetro delle mura dell'Olbia medioevale, restato tale e quale fino alla metà dell'Ottocento, per centinaia di anni tra San Simplicio e la città intercorse quasi un chilometro di distanza. Una vecchia leggenda racconta di un cunicolo sotterraneo che collegherebbe la Chiesa di San Simplicio, ora Basilica minore, alle campagne di Cabu Abbas. In età romana, nella regione che porta questo nome, attraverso canali sotterranei, l'acqua di varie sorgenti veniva fatta confluire in camere di decantazione, i cui ruderi si scorgono ancora oggi. Da qui, attraverso un condotto, l'acqua arrivava alle Terme dell’Olbia romana.
Sempre negli anni Venti, l'abbeveratoio era situato all'inizio di Via Dettori dove oggi è il Cinema Astra e, nel locale attiguo, si ammazzavano i bovini.
La centrale di decantazione dell'acqua che proveniva dal vecchio acquedotto era dove attualmente è la Posta. Davanti allo Scolastico, che dal 1911 ospitava la scuola elementare, lavoravano gli Azzena, noti Costicedda, artigiani del legno motto bravi che intarsiavano mobili in noce. Al Corso aveva una bottega di calzolaio il signor Orsini; personaggio caratteristico, girava sempre in bombetta e mantella nera e seguiva immancabilmente tutti i funerali. Quando lui morì pioveva a dirotto e c'era una gran folla. Il Corso era una marea di ombrelli aperti e questo particolare è ancora impresso nella memoria di molti Olbiesi. il Municipio in quegli anni era in Corso Umberto, nella piazzetta delle Palme, dove oggi si è finalmente provveduto alla ristrutturazione ed al completo restauro dell'edificio che attualmente ospita la Biblioteca Simpliciana. All'angolo di Via delle Terme con il Corso operava la Banca Italiana di Sconto che poi fallì in tutta Italia. In Via Piccola, in Via Garibaldi e in Via Nuova, esistevano dei forni di Zia Mirra, Zia Paoledda e Zia Maria Furraia per la panificazione e, durante la Pasqua, per i dolci tipici. Presso il canale, davanti all'attuale Bruno Nespoli, c'era un hangar per i dirigibili Zeppelin, il cui capannone venne scoperchiato da un vento fortissimo.
Le donne terranovesi portavano allora le tradizionali "unneda a capinu", gonne nere, lunghe e doppie che si adattavano sulla testa, lasciando scoperta la fronte ed avvolgendo spalle e fianchi. Risale a quei tempi la fondazione, a Terranova, del primo Circolo di Lettura, in Corso Umberto dove oggi è il Comando della Guardia di Finanza. Lì ci si riuniva per giocare a carte, a scacchi e per altri scopi, puramente ricreativi.