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C'era una volta….lo scalpellino


Tra i mestieri un tempo molto praticati ad Olbia, c'era quello dello scalpellino. Uno dei più apprezzati in città era Luigi Serra. Ecco come il nipote Gianni Mutzu, descrive il lavoro di suo nonno Luigi, di suo zio Gavino e degli altri scalpellini olbiesi che, ogni giorno, partivano in bicicletta da Terranova per raggiungere le cave di Monte Ladu a Porto Rotondo.

Gli scalpellini di Monte Ladu (di Gianni Mutzu)

"Le parole sono pietre" scriveva Carlo Levi, ma le pietre sono parole e ricordi per l'olbiese Gavino Serra, classe 1923, secondogenito di Luigi Serra, scalpellino.
E' a Rudalza che Gavino ha iniziato l'arte del tagliapietre quando, bambino di dieci anni, poco incline agli studi, seguiva il padre nelle cave di Monte Ladu, per lavorare sul posto i grandi massi di granito ghiandone.

Ma il nostro viaggio tra le pietre della penisola di Rudalza può cominciare da molto tempo prima. Al centro di questa penisola, nei dintorni dell'attuale via d'accesso al villaggio di Porto Rotondo, c'è un'area ricca di tafoni dove, recentemente, sono state rinvenute ceramiche preistoriche di straordinario interesse ed attualmente allo studio.

Ma su tutta la penisola di Rudalza vi sono tracce della frequentazione dell'uomo a partire dall'età del bronzo. Lo testimoniano i ruderi di un nuraghe situato nella parte più alta di Punta Nuraghe. E' probabile che questa struttura, oltre ad essere una fortezza strategica, fosse anche utilizzata per la pesca ed i traffici marinari. D'altra parte i sardi nuragici erano grandi navigatori come testimonia la quantità di bronzetti stilizzati raffiguranti navicelle e risalenti a quell'epoca.

E nello specchio d'acqua davanti a Punta Nuraghe, nel golfo di Cugnana, la Soprintendenza archeologica delle province di Sassari e Nuoro ha recuperato un'ancora nuragica trapezoidale in granito, con un unico foro e decorata con nove righe di punti incisi. Questa scoperta ha suscitato grande interesse poichè l'ancora di Punta Nuraghe è ritenuta tra le più antiche del Mediterraneo sia orientale che occidentale e costituisce un ottimo indizio di un possibile approdo antico su questa costa.

All'età romana risalgono, invece, le due colonne appena sbozzate che svettano all'ingresso di Porto Rotondo, provenienti dalla vicina cava di granito. Nel Medioevo la penisola rudalzina faceva parte dell'area di pertinenza di Villa Maior uno dei maggiori centri della curatoria fundimontana.

Nel suo territorio rientravano le odierne regioni di Cugnana e di Rudalza, dove non mancano ruderi più o meno significativi di insediamenti umani. Dai ruderi sparsi affiorati soprattutto in Campu Maiore, nella parte sud di Rudalza, pare proprio che Villa Maior fosse articolata in più nuclei abitati. Quanto alla consistenza demografica, quando i villamaioresi pagavano 25 lire di imposta fondiaria, nella seconda-terza decade del secolo XIV, non superavano, forse, le centocinquanta unità.

Tornando agli scalpellini di Monte Ladu dei tempi moderni, la loro giornata iniziava alle 5,30 del mattino. La colazione era già pronta e, dopo aver salutato la madre Franzisca, Gavino partiva insieme al padre Luigi, percorrendo in bicicletta i 20 chilometri della vecchia strada che da Olbia portava fino alle cave di Monte Ladu per raggiungere gli altri scalpellini tra cui Moi, Pitzoi, Deiana e molti altri.

Intorno agli anni Trenta se ne contavano più di cinquanta e tutti insieme, come una grande orchestra, ritmavano i colpi di mazzetta sulle punte di acciaio che tagliavano la pietra. Era un granito bianco, buono quanto quello delle cave di La Maddalena e piano piano, colpo dopo colpo, la pietra veniva squadrata, lavorata, bocciardata e rifinita; roccia di granito, una risorsa che assicurava il pane quotidiano.

I grossi massi venivano fatti rotolare fin giù dal monte per essere poi caricati sui vagoncini che li trasportavano fino a Punta Asfodeli o al molo di Porto Rotondo. Da lì i blocchi venivano sollevati con dei pali di legno e degli argani, costruiti appositamente e sistemati sui bastimenti diretti verso la Penisola. Con queste lastre sono stati realizzati marciapiedi, pavimentazioni stradali e i banchinamenti dei porti di Messina, Napoli e Genova.

A mezzogiorno gli scalpellini pranzavano insieme e poi riprendevano il lavoro. Costruivano colonne lunghe anche 13 metri usando punte d'acciaio svedese. Al tramonto tornavano a casa sulle loro biciclette. Luigi Serra e suo figlio Gavino rientravano a Terranova. La cava di Monte Ladu rimase attiva fino all'inizio della seconda guerra mondiale poi molti degli scalpellini emigrarono in cerca di fortuna.

Allora le uniche abitazioni, per lo più stazzi, si trovavano a Rudalza ed erano abitate da contadini e da qualche pescatore. Quello di oggi è un paesaggio completamente diverso da quello che Gavino conobbe tanti anni fa, anche se le case sono state costruite con lo stesso granito. Ogni tanto, nelle giornate di vento, sembra ancora di sentire l'eco dei colpi ritmati delle mazzette e delle punte sulla bianca pietra di Monte Ladu.

 

L'isola di Tavolara
Scalpellini al lavoro, al centro Luigi Serra
Golfo di Marinella, in fondo Monte Ladu