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I RESTI DELLE ANTICHE FAMIGLIE OLBIESI RINVENUTI NELLE CRIPTE DELLA CHIESA DI SAN PAOLO

 

Olbia "sotterranea" continua a restituire importanti testimonianze del suo passato. Questa volta, la sorpresa è arrivata dalla Chiesa di San Paolo dove sono state finalmente individuate ed aperte due cripte contenenti le ossa dei componenti di almeno otto famiglie della città.



Le sepolture sono state effettuate in un arco di tempo stimato tra il 1747 e il 1835. Il parroco Don Pietrino Ruju, l'archeologo Agostino Amucano e l'architetto Giovanni Fara, hanno convocato sul posto una conferenza stampa. Giornalisti, fotografi e cameramen hanno potuto visionare le cripte ed apprendere interessanti particolari su questa scoperta di rilevante interesse storico-culturale, archeologico ed architettonico.


L'archeologo Agostino Amucano, ha precisato che la ricerca è stata fatta tenendo conto delle tradizioni tramandate all'interno delle vecchie famiglie olbiesi. Grazie al lavoro dello storico Dionigi Panedda, si conosceva l'esistenza delle due cripte ma è stato difficile localizzarle e, soprattutto, trovare un sacerdote disponibile ad intraprendere questo lavoro. In genere, i predecessori di Don Ruju, attuale parroco di San Paolo, si sono dimostrati piuttosto restii.


A questo proposito proprio Don Ruju, con la sua proverbiale schiettezza, ha rivelato che il Panedda aveva un grande rimpianto: le due grandi occasioni perse per l'esplorazione dei sotterranei. La prima volta, negli anni 1938-40 quando l'allora parroco Don Cimino raddoppiò la chiesa realizzando la nuova cupola e il transetto. In quell'occasione vennero rinvenute le cripte ma furono immediatamente ricoperte per scongiurare il pericolo di un eventuale blocco dei lavori. La stessa procedura fu seguita vent'anni fa.



Il parroco di allora, Don Derosas, quando fece togliere la moquette per pavimentare la chiesa in modo più adeguato, si rese perfettamente conto dell'esistenza delle cripte, ma le fece ricoprire per evitare che gli bloccassero i lavori. Fortunatamente, durante la sistemazione del nuovo pavimento, qualcuno, negli anni Ottanta, aveva scattato una foto, a lungo cercata e alla fine rintracciata dal tenace archeologo Agostino Amucano. Infatti, proprio quella foto, unita alle ipotesi storiche del Panedda e ai racconti familiari, ha "guidato" il giovane studioso fino alle cripte.



Il parroco Don Ruju ha detto di aver finalmente realizzato un sogno ed ha avanzato un'ipotesi suggestiva ma non impossibile: sotto il presbiterio potrebbero aver trovato sepoltura non solo semplici sacerdoti ma anche vescovi e, persino qualche giudice del Cinquecento. Di sicuro una testimonianza scritta riferisce di un viceré spagnolo che, sbarcato a Terranova nel 1445, si recò alla Chiesa di San Paolo. Da ciò si evince che questa chiesa esistesse sin dal Medievo.



Don Ruju, orgoglioso "padrone di casa" ha ribadito ai giornalisti l'ipotesi già avanzata da Dionigi Panedda: la Chiesa di san Paolo era la Cappella Palatina inglobata nella curia del regno. Questa abbracciava, non solo il Castello che sorgeva dove ora c'e' l'ex-Palazzo della Guardia di Finanza in Corso Umberto, ma tutto il complesso della curia. Mentre la chiesa di San Simplicio era fuori le mura, quella intitolata a San Paolo, era da sempre il luogo di culto più importante nel centro urbano. Nel 1553 il corsaro turco Dragut sbarcò a Terranova e devastò la città, fortezza e chiesa comprese.



Ma la parrocchia di San Paolo continuò a funzionare, come testimoniano i registri di battesimo in cartapecora datati 1663. Le famiglie più in vista della città ambivano alla sepoltura nella chiesa di San Paolo. Dagli archivi parrocchiali si è appreso che il 17 agosto del 1835, l'ultimo olbiese ad essere sepolto in "ecclesia Sancti Pauli" fu Giovanni Maria Bardanzellu, figlio di una Spano. Mentre, circa un mese dopo, il primo olbiese ad essere seppellito nel "cemeterio vecchio" dietro Via Gabriele D'Annunzio fu un certo Palitta.



L'archeologo Amucano, illustrando la scoperta delle cripte, ha letto un elenco, redatto nel 1898, dal maestro di scuola-scrittore De Rosas, autore di un libro sulle tradizioni popolari della Gallura. Riguarda proprio le diciotto famiglie olbiesi seppellite nelle varie cripte della Chiesa di San Paolo. Questi i cognomi: Putzu, Usai, Asara o Desara, Derosas, Lupacciolu, Spano, Bardanzellu, Brandanu, Deiana, Degortes, Dettori, Giua, Spensatellu, Deserra, Asteghene, Careddu, Tamponi e Farina. Alle cripte, si accedeva dall'esterno, come dimostra un arco ora murato.



Le salme venivano deposte senza bare, avvolte in un lenzuolo o nei vestiti, di cui è stata trovata qualche traccia. L'architetto Giovanni Fara ha sottolineato che, a questo primo, importante ritrovamento, potrebbero seguirne degli altri, ancora più rilevanti. L'esplorazione della "chiesa sotterranea" renderebbe finalmente possibile la ricostruzione storico-culturale ed architettonica del sito più importante, da sempre luogo sacro della città e fulcro della sua vita sociale.

Interno delle cripte
L'architetto Giovanni Fara e l'archeologo Agostino Amucano
In primo piano le cripte
Don Ruju, parroco di San Paolo