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Olbia
multietnica affiora anche dagli antichi luoghi di culto
Le tradizioni, la religiosità popolare
e i luoghi di culto sono stati al centro del convegno organizzato nell’ambito
dei festeggiamenti in onore di S, Simplicio. Dopo il saluto del parroco
Don Debidda, sono intervenuti i quattro relatori. L’archeologo Antonio
Sanciu ha parlato dell’area funeraria punica e romana di S. Simplicio.
Con l’ausilio di numerose diapositive, ha spiegato che la collina
sulla quale ora sorge la Basilica dedicata al Santo Patrono, era occupata
dalla necropoli, a partire dal III sec.a.C. fino all’età
medioevale. A testimonianza di ciò, nei pressi dell’edificio
sacro sono state rinvenute tombe di vario tipo, iscrizioni, sarcofagi,
monili e ceramiche, anche di pregevole fattura. In particolare, sono state
trovate due tombe, risalenti al II sec.a.C., di cultura punica, scavate
nella roccia.
Una di queste è stata violata nell’antichità; all’interno
delle tombe c’erano varie sepolture. Nel cortile della scuola prospiciente
la Basilica, è stato rinvenuto un paio di orecchini d’oro
con due splendide ametiste di provenienza orientale. Questa può
essere considerata un’ulteriore prova, insieme al rinvenimento di
altri reperti, che Olbia, già da allora, era una città multietnica,
abitata da elementi cartaginesi, nord-africani (forse libici), italici,
sardi e orientali. E’ seguito l’intervento dell’archeologo
Rubens D’Oriano sul culto di Demetra nella necropoli di S.Simplicio.
Lo attesta un ritrovamento effettuato una ventina di anni fa quando, nelle
immediate vicinanze della Basilica, venne trovata una fossa con 120 statuette
votive, molte delle quali ancora intere, raffiguranti la Dea Demetra.
Questo fatto dimostrerebbe l’esistenza di un luogo di culto, risalente
al II sec.a.C, probabilmente situato sotto l’attuale Basilica. Quindi,
ad Olbia, vi erano almeno due luoghi di culto: il tempio dedicato ad Eracle,
il patrono della città pagana, dove attualmente è ubicata
la Chiesa di San Paolo, e quello consacrato a Demetra, dea della vita
oltre la morte, a San Simplicio.
Don Renato Iori, ha illustrato le espressioni religiose dell’agro
di Olbia tra Medioevo e Settecento. La sua è stata una carrellata
attraverso i secoli, corredata da una serie di dati sulla consistenza
demografica di una città dalle alterne fortune come Olbia. Interessanti
anche i riferimenti alle numerose chiesette campestri, sopravvissute all’estinzione
dei relativi centri demici. Ha chiuso il convegno l’archeologo Agostino
Amucano, che ha proposto vari spunti per una discussione sulla restituzione
delle cripte funerarie della Chiesa di San Paolo, dopo la recente apertura
di due botole.
Le prime notizie sulla primaziale, ubicata nel centro storico di Olbia,
risalgono al 1400, quando un Viceré spagnolo sbarcò a Terranova
e prestò giuramento nella Chiesa di San Paolo. La relazione è
cominciata con una citazione tratta dal libro scritto alla fine del XIX
secolo dal maestro Francesco De Rosa. Nel suo "Tradizioni popolari
di Gallura", descrisse con queste parole il carattere fisico-morale
dei suoi compaesani terranovesi: “Amanti della perfetta uguaglianza,
non ammettono caste o ceti diversi fra le persone, però, fino a
mezzo secolo fa, tale distinzione era così marcata che, per volere
dei superstiti, veniva conservata, anche dopo la morte”.
A questo punto faceva seguito una nota preziosissima e unica: “Fino
al 1835 i morti si seppellivano nella parrocchia di San Paolo; i sacerdoti
nelle cripte del presbiterio; i Putzu in quella della cappella della Vergine
delle Grazie; gli Usai e i De-Sara o Azara in quella di San Giovanni Battista;
i De-Rosa in quella di Sant'Agostino; i Lupaciolu e gli Spano in quella
del Cristo risuscitato; i De-Jana e i De-Cortes in quella del Rosario;
i De-Thori, i Giua o Jua, gli Spensatellu, i De-Serra, gli Asteghene,
i Careddu, i Tamponi e i Farina nella cripta esistente in mezzo alla chiesa”.
Erano, quindi, sedici le famiglie olbiesi, tra cui quella dello stesso
De Rosa, i cui componenti venivano sepolti nella chiesa di San Paolo;
sedici famiglie in qualche modo “elette” in una piccola Terranova
circondata da una campagna semipaludosa, malarica e desolata, che aveva,
comunque, da qualche tempo, iniziato la lenta ma inesorabile ripresa.
Quello che era un borgo di neanche duemila anime, racchiuso ancora entro
il vecchio perimetro medievale, nel catasto della metà dell'Ottocento
si mostra come minuscolo agglomerato di isolati rettangolari, serrati
tra loro come a trovare reciproca protezione un po’ da tutto, mentre
la chiesa di S. Paolo si affaccia su un'ampia piazza trapezoidale, che
ne esaltava la sobria, ma decorosa facciata.
Il perché di questo “privilegio”, secondo Agostino
Amicano, è verosimilmente spiegabile, con il contributo economico
o di altro genere che tali famiglie dovettero offrire per erigere la nuova
fabbrica della Chiesa di San Paolo, ultimata nel 1747 in sostituzione
di quella precedente, il cui impianto è, purtroppo, ancora ignoto.
Si trattava, forse, di un semplice, raffazzonato riadattamento seicentesco
della precedente chiesa medievale, a sua volta incendiata e distrutta
dal corsaro turco Dragut, insieme a tutta la “terra di Terra Nova”
(le cronache dell'epoca non osano più chiamarla “città”),
nell'infausto anno 1553. Ovviamente, maggiore era la donazione della famiglia
e maggiore era il conseguente privilegio (una cappella laterale tutta
per sé, come ottennero i Putzu e i De-Rosa) fino ad arrivare alla
cripta centrale con la sepoltura collettiva delle otto famiglie.
Altre famiglie terranovesi, che non avevano il “privilegio”
di sepoltura nella primaziale, avevano probabilmente le loro cripte in
due chiese extra-muros, poi scomparse: quella dedicata a S. Antonio e
l’altra denominata Santa Maria ‘e Mare. Entrambe erano sicuramente
ubicate al termine dell'attuale Corso Umberto, nei pressi dell’attuale
Palazzo Municipale e del Porto Vecchio. Questa pratica di seppellimento
all'interno delle cripte durò a S. Paolo per ottantotto anni, ossia
fino al 17 agosto 1835: Giovanni Maria Bardanzellu, bimbo di soli nove
mesi, sembra essere stato l'ultimo della serie di sepolti "in ecclesia
Sancti Pauli" come ricavabile dagli archivi parrocchiali. Da quel
giorno il rito della sepoltura verrà eseguito “in coemeterio”,
molto probabilmente intendendosi con ciò il cosiddetto “cimiterio
vecchio”, antistante la basilica minore di S. Simplicio ad “un
tiro di schioppo” da Terranova.
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